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Toulouse,
11 novembre 2011 ONZEONZEONZE:
les métamorphoses de la peinture "post-numérique" ONZEONZEONZE
est un point figé sur la ligne du temps, péremptoire, situé
entre un "avant" et un "après", comme une ouverture
lumineuse sur l'état de la relation entre le sens et le phénomène
"peinture" et dans ce cas précis, la figuration plastique. Parce
que c'est dans l'exercice de la peinture, libéré par une réitération
bornée d'un chiffre stylistique, et donc affranchi de l'obsession de la
recherche de n'importe quel cliché reconnaissable à la surface,
que se suivent métamorphoses et évolutions. Mutations décelées
par la lumière soudaine et sans pitié d'un flash : non pas déterminées
par une logique préméditée, mais établie par un numéro
de saveur informatique : 11.11.11 Soit donc la lumière publique de l'exposition
sur le processus de ces métamorphoses postnumériques: la réalité,
la photo de la réalité, sa numérisation, ses manipulations
immatérielles et sa transposition par un nouvel état de réalité
matérielle sous les formes sacrées de l'oeuvre d'art. ONZEONZEONZE
relève l'ensemble apparemment hétérogène des oeuvres
exposées, mais au-delà de la lithurgie d'une consommation culturelle
désormais abîmée et sans influence, c'est avec l'évidence
du fil rouge que la moyenne peinture revendique sa place, son être indispensable,
son importance et le sens de sa dernière nature: l'Art"./ Un fil
rouge fait de figures, de traces et de gestes pour faire ressentir toute la lourde
fragilité de notre être organique, constamment variable, incontestablement
animal entre autres animaux. Bétail, pourquoi pas. ONZEONZEONZE a un
"avant" et un "après", et depuis ce moment-là,
les oeuvres qui ont été, trouveront de plus en plus leur dimension,
leur épaisseur pendant que, la Curiosité et l'Attraction pour l'inconnu
sortiront des évolutions et découvertes des oeuvres de l'après. >
Mix'Art Myrys 
Hypocrita
– capricci guasconi: perché, per chi. Già
da qualche anno, circa cinque, oriento il mio lavoro al superamento di alcuni
preconcetti che avviluppano la fenomenologia del “fare arte”, strutture
utili alla cronaca ma che spesso servono a dare dignità ad opere che probabilmente
non lo meritano: la contemporaneità e la tradizione. Questi sono stati
per me strumenti di navigazione nel mare di un possibile altrove. Tecnicamente
nel momento in cui “opero” non mi pongo alcuna meta, ma la partenza
è sempre molto analitica e trafficata di domande tanto pesanti quanto necessarie.
Quale vantaggio, quale progresso, quale evoluzione, quale beneficio si puo’
donare con l’ennesima prevedibile e noiosissima espressione artistica? Per
quanto stupefacente possa apparire, che senso ha? Che cosa cambia? Al di là
del proprio ombelico, i più …”coscienti”(?), non vivono
forse stretti da una profonda indignazione per lo spettacolo che offre il mondo
degli anni duemila? Sono dell’opinione che in qualsiasi attività,
in qualsiasi campo, settore, “ramo”, urge un impegno, una militanza,
una presa di posizione. Urge schierarsi. Arte compresa. Nello specifico dei
“capricci guasconi” se da una parte mi sono appunto concesso la libertà
di dare corda a qualcosa di apparentemente “bizzarro”, forse rischiando
una ingenua fantasia, dall’altra è l’urgenza di manifestare
il disgusto, la repellenza, la cieca avversione e la lancinante insofferenza per
quanto di “umano” accade intorno, o peggio, per quanto NON accade. Si
annaffiavano gerani sui balconi di Dachau, si celebravano le meraviglie della
tecnica nei laboratori di Auschwitz… Non è cambiato niente. La bestia
che si erge liscia la propria clava e si proclama figlia di altro da sé:
dio. La bestia “più uguale degli altri” vive per lo stomaco,
si strugge per riprodursi ed anela alla finale dei mondiali di calcio rimpinzando
il cane con gli avanzi del cadavere acquistato igienicamente al supermarket. Beatamente
protetti e ricoperti dalla più sordida delle ipocrisie: non vedo, non sento,
non parlo. Anzi peggio: vedo, sento, dico altro. Retorica. Quale principio
estetico dovrebbe motivare chitarre e matite? Cosa dovrebbe preoccupare il curatore
di biennale ed il regista cinematografico? Anche per i “capricci guasconi”,
come nei miei precedenti cicli (“Bestia”, “Egalitè”,
“Turpitudine”) vorrei, perlomeno, non essere complice.

Nel
segno di Rafferoico, oltre l’ipocrisia Venti
folgoranti ritratti d’autore in mostra a Verucchio
di
Rita Rocchetti
Sono i molteplici volti della natura umana quelli che Rafferoico, napoletano
di origine (ora vive appartato in Guascogna), ha scelto di esporre nel Torrione
della Rocca Malatestiana di Verucchio, location minimalista quanto carica di storia,
in perfetta sintonia con la contemporaneità ricca di senso delle opere
in mostra. Venti folgoranti ritratti su carta, frammenti di un unico progetto
pittorico, che scava nel profondo, cogliendo con garbata ironia il lato debole
di un’umanità curva sotto il peso della propria imperfetta natura.
Il titolo “Hipocrita” indica subito in quale direzione orientare
la visione dell’opera. L’etimologia del termine (hipò,
sotto, e kritès, spiegazione) ci conduce infatti nell’antica
Grecia, dove l’attore, o l’imitatore, veniva chiamato ipocrita, perché
riusciva ad ingannare gli spettatori con la modulazione della voce o con le movenze
del corpo, donando l’impressione d’essere ciò che non era.
Si è quindi ipocriti quando si recita una parte, quando si esprime un sentimento
che non trova riscontro nel profondo del cuore. Pensiamo ora, per un attimo,
a quanta ipocrisia ci circonda, ma anche a quanto sia facile per noi mentire,
creare realtà parallele, distorte, inventare mezze bugie camuffate da mezze
verità. E’ talmente facile che quasi non ce ne rendiamo più
conto, perché il mondo stesso in cui viviamo è fatto così.
Di cosa ci parla allora l’ “Hipocrita” di Rafferoico? Ci
parla di noi, di come siamo e di come ci mostriamo agli altri, in un gioco continuo
tra realtà e finzione, tra essere e apparire. Ci parla della necessità
di interrogarci sulla nostra più intima essenza, così come del bisogno
di “volgere lo sguardo” e di uscire “a riveder
le stelle”, per dirla con le parole del Sommo Poeta, dal quale l’autore
sembra trarre ideale ispirazione. Nell’ottavo cerchio dell’Inferno
Dante appesantisce i suoi dannati ipocriti con cappe dorate imbottite di piombo,
mentre Rafferoico, in questa personale, agghinda i suoi personaggi con buffi copricapi,
li traveste, facendoli diventare subito ridicoli quanto dannatamente veri. E se
il Poeta incupisce con il piombo coloro che in vita mostravano una splendida figura,
qui si svela invece il loro aspetto interiore, senza pietà e nessuna ipocrisia.
Ciò che colpisce di più è la disarmante e solo apparente
semplicità con cui l’artista riesce a incidere la superficie, regalando
al visitatore una trasfigurata galleria di volti dai sorrisi ammiccanti, dai ghigni
beffardi, dai capricci infantili, dagli sguardi cinici o sofferti, che sono poi
i volti di chi ci sta intorno, quelli di chi molto spesso si mostra con un’altra
faccia, fingendo di essere ciò che non è. Ma Rafferoico non lascia
scampo alla finzione, subito smascherata dalla fresca espressività del
tratto, preciso, immediato, tagliente come il bisturi nelle mani di un esperto
chirurgo. E in mezzo a quelle facce l’autore ci mette, più volte,
anche la propria, come a dire che nessuno può chiamarsi fuori dalla mischia
degli ipocriti moderni, ma ognuno di noi può e deve volgere lo sguardo,
su se stesso, per uscire a riveder le stelle.

Napoli,
Gennaio MMIX In
proposito dei “Capricci guasconi”
Sebbene
i canoni della contemporaneità abbiano marginalizzato le arti visive tradizionali,
pittura in primis, persiste tuttavia una valenza non pienamente decodificata che
ne giustifica la persistenza nonostante molteplici, già secolari, teorie
più o meno invalidanti. Perciò, durante lo studio, il progetto,
di un nuovo ostinatissimo ciclo pittorico che fosse al contempo innovativo e consecutivo
del precedente personale, altrettanto caparbio operato, la formula dei “Capricci
Guasconi” mi si è manifestata come un felice cortocircuito tra i
ritrovati tecnici e formali già sperimentati in precedenza e la necessità
di una nuova frontiera. Proprio grazie alla dinamica ribelle e liberatoria
del capriccio si sono superate le pur necessarie inibizioni che la solita ed incessante
riflessione autocritica e l’obbligatorio confronto con l’ingombro
del passato (e non meno con le suddette teorie) comportano. Eppure nemmeno l’energia
di un mero capriccio sarebbe bastata se non caratterizzato dal piglio deciso e
testardo, fiero, irriverente ed incorruttibile tipico dell’“esprit
gascon”. Tanto più necessario poiché, insieme allo scandaglio
degli aspetti formali, vige anche l’inderogabile urgenza di restituire all’oggetto
d’arte la qualità dell’impegno civile (ergo morale) a scapito
dello sterile e stanco edonismo feticista. Se nei precedenti cicli (“Bestia”,
“Studi sanguigni”, “Impromptu”, “Egalité”)*
ricorre ossessivamente il tema dello “specismo”, la più odiosa
e nascosta delle ipocrisie, e cioè l’artificio teorico che consente
all’animale uomo di sfruttare nella pratica e quotidiana atrocità,
senza scrupolo alcuno, l’altro animale come “merce“ (sic!),
nei “Capricci Guasconi”, con licenza di surrealtà, la commistione
vittima-carnefice intende focalizzare quegli aspetti dell’’umano’
che consentono di perpetuare l’inconsulto, atroce, bestiale, modus vivendi. Questa
ritrovata iconografia è quindi frutto di un genuino, congenito sentimento
d’indignazione, e nell’intenzione dell’autore è quindi
riferimento, seme e matrice da cui scaturire dipinti che possano una volta ancora
dimostrare che se è vero che “il medium è il messaggio”
non è obbligatorio stravolgere il primo (medium) per significare il secondo
(messaggio). Anzi, dopotutto, un’immagine statica e manufatta che chiede
di essere contemplata ed adorata, ma che permette nei modi e nei tempi la più
creativa delle interpretazioni, è forse tra i media più opportuni
per ravvivare quelle capacità di critica e di riflessione che sembrano
estinguersi sempre più al cospetto di smaccati sensazionalismi o peggio
di banali, quotidiane, rumorosissime, monocratiche, coatte verità. Menzogne.
A
braccetto col mio istinto di
Loretta Galli Lungi
da me l'intenzione di improvvisarmi critica d'arte, non ho alcuna velleità
artistica, mi basta affacciarmi ai blog di altri amici e amiche qui tra noi, che
lo fanno egregiamente, e goderne l’effetto che provocano in me. Non sono
un'intenditrice ma mi fido della sensazione che suscita in me la vista di certe
immagini. Ho occhi ai quali piace ossservare, una curiosità che
non si riposa mai, una voglia insaziabile di apprendere; non so se io abbia mai
sviluppato un gusto definito per l’arte, anzi forse proprio no, diciamo
che sono una estimatrice naif e mi affido al mio istinto, che mi affianca ovunque,
per capire insieme a lui se qualcosa mi piace oppure no. Ecco che vagando alla
ricerca di immagini, in cerca di ispirazione, tentando di placare uno strappo
di fame nel mio stomaco cerebrale ho incontrato, del tutto casualmente, l’opera
dell’uomo (o donna?) carponi. Partendo da quella sola immagine ho fatto
il percorso a ritroso, cercando il suo autore e le sue altre creazioni. Se
una sola cosa, quella sola scena mi aveva colpita così tanto, non potevo
resistere alla curiosità di capire cosa mi sarebbe aspettato una volta
raggiunta la fonte. Devo ammettere che mi si è aperto un mondo di immagini
che, a me personalmente, hanno tolto il fiato, mi hanno travolto per la loro carnalità
sensuale ma anche cruda, linee di corpi tracciate con terrificante brutalità,
un messaggio intrigante e bestiale al tempo stesso, tanto per ribadire il
concetto di quanto certi confini tra gli opposti sia un dettaglio opinabile. Sono
rimasta stregata dai corpi nudi, pose scomposte, membra buttate lì sulla
tela, ma anche straordinariamente seducenti.
Forse non riesco a interpretarne il significato ma resto ammaliata dalle bocche
aperte non so se nello slancio di un grido o in attesa di altre bocche. Sono rimasta
affascinata dalla visione delle numerose donne bendate, che comunque emanano più
desiderio che paura…
San
Giorgio a Cremano, Marzo MVI COMUNQUE Dissertando
sulla ridondante commistione delle "arti visive", perloppiù subite
invece che fruite, resiste e si rinvigorisce il valore di un atto minimo -
non minimale - volontariamente essenziale: la matita e il foglio bianco. Segnare
il vuoto, tracciare con mano - mano animale, organica, corporale, vivida e quindi
mortale - nasce da una necessità ineluttabile, pura e primigenia. Purtuttavia,
il fenomeno ha luogo non già in una jungla senza calendario e per iniziativa
di un ispirato macaco, ma nel contesto della feroce civiltà umana e occidentale,
nell'era del pixel e della spettacolosa "instant communication", e cioé
un tempo in cui lo sviluppo plurimillenario di quella che fu la selvatica arte
rupestre ha accumulato, congestionato, amalgamato, rivisitato e fors'anche digerito
millenni di esperienze, dove anche il negare tout court l'origine e la tradizione
é stato ed é esso stesso fenomeno storico se non già museale. Nella
scelta di una tecnica antiquaria come il disegno alla sanguigna, in questa estrema
vetustà, emarginatissima dall'ottusa etichetta del contemporaneo, sussiste
il germe di una nostalgia splendida e perdente: nella rotta senza codice della
polvere universale COMUNQUE sognare l’essere fuori dal nulla.

La
bestia che c'è in ognuno di noi di
Lorena Fanunza
"Bestia
sono io che scrivo e bestia sei tu anche se non leggi", dice Rafferoico.
E rimane difficile non leggere, non interpretare le tele onnivore, non lasciarsi
inghiottire dall'istinto del pittore. Ogni opera è un assalto alla nostra
forma mentis, alla razionalità cartesiana su cui si fonda gran parte del
pensiero occidentale moderno. Basta osservare la rappresentazione pittorica del
muso-viso del maiale che grida, infatti, per avvertire quanto quella istintualità
non sia lontana dalla nostra. Non è difficile mettere in parallelo
l'opera raffigurante gli occhi tondi dei pesci, con quella relativa all'occhio
umano. Lo sguardo ceruleo ha ben poco di paradisiaco. Il pittore sembra volerci
far sentire gli impulsi nervosi che, dalla luce naturale, arrivano al cervello. La
stessa espressione inquietante la ritroviamo nella mosca: un quadro in cui il
rosso e il nero si fanno più densi e spessi, lasciando così lo spettatore
piacevolmente spaesato e interdetto. Ed, invece, è anche lui, l'uomo,
il protagonista. Ci sono le sue mani e i suoi piedi in esposizione, i segmenti
terminali di una specie che appartiene sempre e comunque al regno animale. Nonostante
spesso egli utilizzi gli arti, e dunque la ragione, per creare, per non rimanere
solo cenere, Rafferoico ce ne ricorda la bestialità, l'istinto. Ogni
volta è un dettaglio quello da cui si parte. Non a caso, infatti, Raffaello
Eroico ha compiuto un percorso un po' diverso rispetto a quello di molti altri
artisti. Egli è partito dalla fotografia e dalla video-arte per poi approdare,
solo in secondo momento, alla pittura. E l'amore per il particolare, per l'immagine
senza codice, non sembra essere svanito. Il quadro diviene un'istantanea. L'artista
napoletano, classe 1967, può vantare un'esperienza pluriennale nel settore
della pubblicità, della grafica e della fotografia. Tutte sperimentazioni
che danno un surplus alla sua ricerca artistica. L'anteprima di una selezione
del ciclo "AshesToAshes", in allestimento alla Neoartgallery,
ci mostra così un assaggio di una visione artistica fuori dal comune. La
sensibilità così particolare di Rafferoico scuote l'osservatore.
L'arte abbandona quest'ultimo all'illusione di poter oltrepassare i confini angusti
del ciclo vitale, di poter lasciare qualcosa in più oltre alla polvere
della propria "carcassa".
Roma,
19 Novembre MMV
BESTIA
(beast) "Bestia
come animale. Animale come la quintessenza dell'umanità tutta. Bestia sono
io che scrivo e bestia sei tu anche se non leggi. Come tutti gli altri animali,
mammiferi, vertebrati, cellulari, proteici: comunque cenere. Il resto é
favola e prece, Disney et resurrezione. Non c'è Encyclopédie che
tenga. Bestia come il vivente terreno e mortale, capace di provare piacere e dolore:
origine primigenia totalizzata nell'istinto; l'occhio del fauno, utopia della
pittura e traguardo che si pone tra la polvere e l'Eden.". English
Version "Beast
as animal. Animal as the whole human's quintessence. I'm the writing beast and
you are the beast, reading or not as well. Beast like all the others kinds of
animals: mammiferous - mammalia, vertebrates, cellulars, proteinics: ashes anyway.
The rest is tales and prayer, Disney and Resurrection. Does not exist Encyclopédie
to be claimed for. Beast like living being, earthly and mortal, able to feel pain
and pleasure: primigenial origin totalized in instinct; the eye of the faun, the
painting utopia and the viewfinder wich is given beetween dust and heavens.".
San
Giorgio a Cremano, Ottobre MMIII CADONO
DIECI ANNI Quando
con balzo d’istinto mi staccai dalle desolate dune di bianco su bianco e
foto non fatta, mi consegnai a pittura e gesti suoi: obsoleta bizzarria romantichevole
compromessa e mussale, affondata in giorni e notti e confusione di sepolcrale
indifferenza, da parvenue in affanno e mediocratico agone di piatta celebrità. Ricominciai
nell’era del neo-plexiglass questo manuale tracciare con colore superfici,
sentiero dannazione che basto’ il profferirne per suonare blasfemia e vituperio
alle goffe orecchie di signorie stilizzate. Si pensò poco e si disse
poi molto di mutande griffate in serie numerata, e sulla scena autoricambi nuovissimi
ed ogni singolare strombazzo assurse a casta nobile purchè devotamente
installato dal vigente design. Nel rito del pixel feroce a testa bassa e con
occhi sempre rapaci, resistere corpo ed anima, et operando variamente nel cosmo
del visibilio, ostinatissimamente pittare, scansando indegne postulanze senza
riguardo, e sgomitando, odorare salvezza nella molle sospensione di un grumo denso
di puro bianco titanio lambente netto nero sullo sgomento verdazzurrogrigio. Cadono
dieci anni. E fui ancora vivo.
Napoli,
8 Maggio MMIII AOV#NAP
- Altrovunque Napoli - Post Scriptum Ho
appena detto fine alla trentesima delle trenta tele di jeans ed ora mi volto a
riguardarle oscillando in vago equilibrio teso sul cupo sconforto… Per
quasi un mese ho rincorso l'altrovunque napoletano sbracciando tra segni e significazioni,
fuggendo i simboli ed appoggiandomi alle memorie confuse ai margini del visibile,
rovistando tra sensazioni e sensi all'ombra di forme vestite, spogliate e ancora
rivestite di storia e di storie. L'ho inseguito con la pittura, con i pennelli
di ferramenta che affondano nella morbida densità dello smalto plastico:
come mediterranea indole che impone il fuoco dell'istinto a questi gesti antichi.
Local-global troppo caldo. Negli occhi magma figurativo e vuoto minimale,
resurrezione e oro, navata-timpano-altare e martirio del santo, madonna con bambino…
Negli occhi l'orizzonte e circumvesuviana, cumana, funiculì funiculà,
rosso pompeiano, rosso-grigio, grigio-giallo, palma nera e questa pittura che
scivola svelta tra i bisogni e le necessità… Locale-globale troppo
caldo, non funziona per apparir più forti. DISADATTA, INADEGUATA, CONSUNTO
PERCETTO DI PITTURA TROPPO CALDA solo mezzo erede di molte generazioni che fiuta
l'altrovunque di questo impossibile non luogo. Universo nell'universo non puoi
dirla città. Ogni sua descrizione non ha punto, non ha fine… Eccezione
delle scienze essa luce nell'aureola dei suoi goffi dei. Ombre umide e cibo
fritto e mangiare e flautolenze. Perché lo stesso Zeus qui rivela il corpo
in molli polpe e polverose ossa, qui la sua onnipotenza è di vapore grasso,
e profuma d'incenso, e saliva tabacco che dopo il caffè ti scioglie quella
stanchezza che indossi da secoli remoti… Ma che è stato…?
Cos'è tutta questa gente a larga voce che -PEEEEEEEE!!!- ti sollecita al
semaforo e -VROOOMM!!!- ti dimentica ogni imperativo ecologico. JAMMBELL M'È!
Che se domani mi risvegliassi altrove non sarei certo d'esser vivo. Non in
questo modo.
Questa pittura che scivola svelta nel grande occhio del tv show… su trenta
tele per dire DOVE. Tele masserizia destinate a migrare, ad ambulare ora e ancora
tra fondachi e garage e nei magazzini delle esistenze di poche anime curiose…
Local-global. Troppo caldo. Lavico eruttivo. No design. Ci vuole il jeans.
Il jeans resiste allo strofinio dei vagoni ferroviari, alle mani unte nere
dei macchinisti e dei portuali, all'orrido raccapriccio dei troppi, troppi sempre
troppi sanguinolenti commerci di carni di fegati di interiora e coscia-denti-lingua,
alla zozzimma da cui anima e trenta tele non saranno mai dette salve. Dal perso
tetro di Battistello bianco scoppia il riverbero nello svelto pennello di Luca
Giordano, per raccontare il Fato e il suo potere, per ricordare che vivere è
poco più che esser capre con corna eleganti vocate a decomporsi nel villaggio
dei morti e nel pensiero dei vivi… Allora godi l'eccesso di membra della
tua e delle altrui spose, che la prosperità dei loro seni e il vasto abbraccio
dei loro fianchi ondeggino sulla fonda cadenza della tammorra <tracche-tracche-TUM!>
irrigidiscano i falli e accendano la gioia del baccanale tutto! Piangere, ridere,
cantare, ingegnare sigarette che non bastano mai: INGEGNARE NUOVO AMORE e nuovo
oblio su vecchia mondanissima guerra quotidiana. Questa pittura ambulante
gravita nella mestieranza antica e ricompone il desunto pixel e pianoforte e'
notte… Ma che è stato…? Quante pagliette di quella bella epoque
per la sofferta barba di Vincenzo Gemito, per quel suono di frangersi l'onda dei
suoi ridenti lazzari… TUM! Rimbalzo arancio SuperSantos oltre il cancello
chiuso sui misteri alchemici del Sansevero… Pure lui alfine nell'arca di
un marmo che resta algido anche al più furioso svolazzo rococò. Caldo
freddo artecontemporanea, global local artecontemporanea, voglio-a-te-ma-tu-non-stai-con-me
e i-figli-so'-piezz'e-core-artecontemporanea, americana innovativa spiazzante
e in piazza! Cardinale Signoria Vostra Eccellenza VIP pi-erre ufficio stampa
Design offri un soldo e parcheggia MEGLIO la tua artecontemporanea… E poi
spegni questo computer-playstation-photoshop, stuta sta televisione… Non
vedi questo mare com'è straniero? Vedi? Questo mare non ci conosce più.
Solo che non c'è niente e l'occhio riposa quella stanchezza, quella stanchezza
moscia di secoli remoti assai… Taci pittore italiano nel nome dubbio
artecontemporanea: fossile della communication non ti è dato più
parlare; quanto
CUORE ha fatturato il tuo delirio?
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